
Neppure un profeta di sventure avrebbe predetto che in Ilva, a meno di ventiquattr’ore dal decesso di Cosimo Martucci, l’operaio schiacciato da un grosso tubo, si sarebbe verificato un altro grave incidente: un’esplosione nel reparto “colata continua” con fuoriuscita di acciaio liquido (solo per miracolo non ci sono stati morti e feriti). A questo punto è evidente l’assoluta incompatibilità dello stabilimento con la città.
Il Governo Renzi, assecondato dai parlamentari jonici del PD e del Centrodestra, ha varato otto decreti “salva Ilva” con il raccapricciante risultato che si continua a morire all’interno e all’esterno del colosso industriale come prima e più di prima. Alla luce di questo quadro tristissimo, ma tremendamente vero, non appare certo una bestemmia parlare di chiusura: diventa la logica conseguenza.
Come in più occasioni ribadito dal giudice Patrizia Todisco, “la salute non è un bene negoziabile”. Ciò dovrebbe essere compreso innanzitutto dagli operai che per un misero “tozzo di pane” mensile rischiano di non vedere più i propri familiari, una volta varcata l’entrata. E non ditemi che sto esagerando. L’escalation dei morti all’interno dell’Ilva è sotto gli occhi di tutti e negli ultimi tempi ha raggiunto picchi inimmaginabili.
Ambientalizzare; coniugare salute, sicurezza e lavoro: belle parole tratte dai libri dei sogni chiamati decreti “salva Taranto”. Alla faccia! E meno male sono “salva Taranto”! Li definirei piuttosto “ammazza Taranto”!
In tutto questo contesto mi disgusta l’ipocrisia della classe politica (dai parlamentari ai consiglieri regionali e agli amministratori comunali) e dei sindacati Fim, Fiom e Uilm (a differenza dell’USB, che ha dimostrato coerenza): scusate, dite di essere addolorati per l’ennesimo decesso, ma cosa avete fatto finora? Solo comunicati stampa e qualche ora di sciopero, poi dopo qualche giorno punto e daccapo. Non è cambiato proprio niente, anzi sì purtroppo: al cimitero un altro loculo è stato occupato da una nuova vittima innocente.
E’ giunta l’ora di disegnare una Taranto diversa, senza l’Ilva: tanto il siderurgico appare irreversibilmente condannato dal mercato e prima o poi chiuderà per sempre i battenti. Finora è stato tenuto artificialmente in vita per mezzo dell’accanimento terapeutico di Renzi e dei suoi cortigiani.
Chiude l’Ilva? Nessun danno occupazionale: per smantellarlo completamente occorrono almeno trent’anni di lavori. In questo modo nessun lavoratore resterebbe a spasso. E’ avvenuto a Bilbao e a Pittsburgh, può e deve avvenire anche a Taranto. Ecco dunque che la chiusura è un falso problema.
E poi, grazie al Cielo, possiamo vivere tranquillamente e agiatamente di agricoltura, mare, cultura, turismo.
Non si vive con i tumori e con gli incidenti: si muore!
Se poi qualcuno si ostina a voler salvare l’Ilva a tutti i costi, sollevando inesistenti problematiche occupazionali, delle due l’una: o è in mala fede o dispone di limitate capacità di ragionamento, “Tertium non datur”.
Che ne dite, politici e sindacalisti? Non vi conviene la chiusura dell’Ilva, vero?








