Il governo Renzi non si smentisce e sforna il nono decreto salva Ilva, l’ennesimo: neanche fossero pizzelle, peccato però che stiamo parlando di provvedimenti mortali per il territorio.
Il decreto innanzitutto prevede il prestito ponte di 300 milioni di euro, e già qui vengono violentate le normative comunitarie, dal momento che sono assolutamente vietati gli aiuti di stato alle imprese private.
A tal riguardo si sottolinea che è in corso una indagine della Commissione Europea per verificare la condotta in oggetto.
Altra bestialità: lo slittamento al 31 dicembre 2016 della realizzazione delle prescrizioni AIA: di rinvio in rinvio. Evidentemente Renzi&company hanno deciso di continuare a comprimere e a schiacciare il sacrosanto diritto alla salute in nome della produzione selvaggia.
L’assurdo però è che il mercato sta già condannando l’Ilva, motivo per il quale “alla fine della giostra” non ci sarà nè salute nè lavoro. “Cui prodest?” questo sforzo a favore dell’Ilva?
Inoltre il nono decreto prevede la messa in vendita dell’azienda con l’accesso dei privati attraverso procedura di evidenza pubblica. Ma chi si azzarderà a rilevare un carrozzone fatiscente, un “Titanic”?.
Altrettanto preoccupante è la parte del decreto in cui si prevede per l’aggiudicatario, di poter variare il piano ambientale in rapporto al piano industriale, seppure tale piano ambientale verrà sottoposto ad una commissione di “saggi”. La normativa apre il fronte a pericolosi dubbi: in buona sostanza il piano ambientale potrebbe essere sacrificato sull’altare del piano industriale. Come si vede facilmente è una disposizione a trabocchetto.
Questi in sostanza dunque i punti “incriminati”-
Domanda: cosa faranno ora i nostri parlamentari? Continueranno a subire passivamente i diktat del governo? Alla loro coscienza l’ardua risposta…
Nel frattempo l’appello alla mobilitazione rivolto a tutta la città, a tutte le forze sane: se non ci muoviamo noi, Roma continuerà a massacrarci. Taranto svegliati, Taranto ribellati!
credit foto: Luciano Manna








