La situazione dell’Ilva è sotto gli occhi di tutti e non ha senso difendere l’indifendibile. In questi giorni stiamo assistendo alla contrapposizione tra l’Associazione “Peacelink” da un lato ed ARPA e ASL dall’altro.
I dati forniti dal prof. Alessandro Marescotti e dal suo staff sono ineccepibili ed infatti nessuno ha osato negare i picchi dei valori degli IPA registrati: si è tentato però di minimizzare, evidenziando che questi costituiscono casi-limite, mentre i valori medi rientrano comunque nella normalità.
Questo ragionamento e questa impostazione non convincono nessuno. E’ gravissimo che si siano verificati tali sforamenti abnormi, che producono evidentemente danni alla salute ed alla pubblica incolumità: o forse secondo ARPA ed ASL apportano benefici? Tutt’altro!
Non voglio fare certo il difensore di “Peacelink” e dei davvero coscienziosi Alessandro Marescotti, Antonia Battaglia e Luciano Manna (che non ne hanno affatto bisogno), ma qui si tratta non di intervenire in una contrapposizione, che gli esponenti ambientalisti non intendono assolutamente porre in essere, bensì di denunciare uno stato di grave pericolo.
Chiamatela pure prevenzione, ma vi sembra normale prevedere nei cosiddetti “Wind days” i limiti all’apertura delle finestre?
E vi appare tollerabile la rassegnazione, l’accettazione passiva dinnanzi a queste ipotesi di emergenza?
Rispetto tanto ARPA ed ASL, ma non riesco a sopportare il loro chinarsi appunto rassegnati, sconfitti, dinnanzi a questa situazione incredibile.
Altro che chiudere le finestre! Se questa è la situazione – ed è purtroppo tale – a mali estremi, estremi rimedi: va chiusa l’Ilva!
Lo sviluppo ecocompatibile è una bella realtà, che però in Italia e a Taranto in particolare non esiste.
Il Governo non sa più cosa fare per salvare l’Ilva, ha inventato l’impossibile partorendo, l’uno dietro l’altro, nove decreti, con risultati pari a zero, anzi peggiorativi. Cosa c’è più da difendere? Cosa da giustificare? Perchè allora avversare la realtà obiettiva spiattellata da “Peacelink” senza compromessi, senza se e senza ma?
Non ha senso “mettere la polvere sotto il tappeto” e vale l’antico proverbio del medico pietoso che fece morire l’ammalato. E noi non vogliamo morire nè vogliamo che i nostri figli debbano maledirci per aver piegato il capo.
L’Ilva non garantisce più il lavoro e violenta la salute: scusate, ma perchè continuare a tenercela?
E agli operai dico: la vostra vita vale tantissimo, non certo 1200 – 1300 euro al mese. Non buttatela!
E allora, Tarantini, voltiamo pagina e disegniamo una città senza Ilva.








